Don-Baignu (Gavino Pes)
Il Catullo gallurese (Tempio Pausania, 1724 - 1795)
Biografia
Nacque nel 1724 a Tempio Pausania dove morì nel 1795. Soggiornò anche a Cagliari, ma trascorse praticamente tutta la sua vita nella città natale, dove godeva di una forte ammirazione. "Don Baignu", come più comunemente era conosciuto, si meritò l'appellativo di "Catullo gallurese". Fu sacerdote e poeta dell'amore. Nei suoi versi, infatti, riecheggiano gli amori contadini della Gallura, storie di passioni, di tradimenti, di liti, di gelosie tra amanti e riappacificazioni. Le sue composizioni principali sono "Lu tempu" e "Lu pintimentu".
Quel gallurese del Settecento così gentile, così raffinato
di Giulio Cossu
Nel minuscolo prato verde del limbo paesano della mia fanciullezza il nome di Gavino Pes risuona come di poeta sovrano. Era la fase nascente, quindi nebulosa e un po' fiabesca, di una mia modesta vocazione letteraria e quel nome di poeta dialettale vi entrava con richiami che armoniosamente carezzavano, forse in mancanza di meglio, quella vocazione che, sensibile e introverso, ragazzo un po' difficile, io cominciavo a custodire in me stesso come manifestazione preziosa.
Tutti i miei erano gente operosa e affettuosamente semplice. La vita familiare monotona, ma tranquilla, alimentata dal benessere che mio padre sapeva garantire in casa con un piccolo commercio di sughero. In casa e fuori si parlava il dialetto e, ogni tanto, luminosi versi di Don Baignu, come più propriamente allora si diceva, sbocciavano sul grigiore troppo pratico di quella parlata dialettale e accendevano in me vaghe intuizioni che si potesse fare dell'arte anche con la parola. Versi del famoso poeta dialettale del Settecento, uno o due, raramente una strofe intera, abbellivano, nelle conversazioni, i monotoni commenti del quotidiano casalingo. Se si voleva sottolineare, dai grandi, un'astrazione importante o un tema che richiedesse maggiore efficacia di definizione, si ricorreva a quel felice, inesauribile repertorio, che aveva infiniti risvolti di adattamento e piegava il dialetto verso immagini garbate, colorite, sentenziose, galanti e talvolta persino argutamente maliziose.
Gli anni passarono e l'ambizione borghese familiare, ma più quella mia modesta vocazione, che a scuola aveva trovato il suo terreno fertile per svilupparsi, mi spinsero fino a rifinire la mia istruzione media, provincialmente ma normalmente acquisita, nientemeno che nel corso di filologia classica dell'Università di Firenze. Qualche sospetto ginnasiale e liceale nei riguardi di Don Baignu allora divenne certezza. Le mie reminiscenze frammentarie della sua poesia dialettale si armonizzavano, in vari incontri, in uno strano processo di traduzione simultanea, con tanti brani celebri di classici latini che le lezioni universitarie mi addestravano ad analizzare criticamente.
Don Gavino (allora non sapevo ancora come) era passato anche lui per quella via di squisita civiltà letteraria e, relegato in un paese sperduto ai margini della grande produzione ufficiale nazionale, dove l'italiano non si insegnava neppure e arrivava più come un'eco che come una vera risonanza, si era aggrappato al dialetto per comunicare a chi lo circondava, in un ambiente per lo più di analfabeti, le risultanze dei suoi tentativi di poesia; che tali non rimasero, se la sua fama divenne regionale, cioè isolana, e dei suoi componimenti si occuparono studiosi che, verificando quanto io stesso avevo intuito, lo definirono il Catullo, il Metastasio, il Frugoni sardo.
Una parentesi, una intuizione, che interessi diversi e altri fattori che non è qui il caso di richiamare, relegarono in quelle zone secondarie della vita e dell'attività culturale che molto spesso e a torto si considerano poco importanti.
Eppure quel nome e quei versi continuavano, per così dire, a civettare con me, a riaccarezzarmi e a richiamarmi. In casa dopo il mio ritorno, la generazione che si sostituiva a quella dei nonni e dei miei genitori usava ormai il buon italiano con un pizzico sottinteso e ingiustificato di leggero disprezzo per quanto era paesano, in onore a certa propaganda che allora era di moda. Io ero ritornato professore di liceo, ma per fortuna la sovrastruttura dell'insegnamento universitario che io avevo docilmente subìto, non aveva annullato in me nessuno dei valori di autentica spontaneità dell'infanzia. Ora sapevo discretamente anche il latino e il greco e li insegnavo, ma in fondo la mia vera vita era sempre il paese, con i suoi limiti sani, la vigna e l'orto materni, gli operai della fabbrica di mio padre, e i contadini con i quali bisognava parlare di aratura e di scalzo, di vino e di moscato, di simili insostituibili distensioni utili. Ebbene, quei contadini, gli operai, e in genere il popolo di Tempio e anche i pastori, non sapevano chi erano Catullo e il Metastasio, ma sapevano recitare versi di Don Baignu e dire qualche cosa della sua vita. Il che era ormai per me sintomo di validità d'arte, di fama meritata, se pure limitata, appunto perché resisteva al tempo e al trascorrere degli anni che sono inesorabili nello spazzare via ciò che non vale.
Poi un giorno il direttore del Circolo di Tempio mi pregò di fare una conferenza su Gavino Pes: un argomento richiesto da un pubblico discretamente esigente. Alla conferenza era presente l'ing. Giovanni Antonio Sechi, promotore di una Fondazione che ha per scopo benefico l'elevazione sociale della Gallura. La conferenza, che pure era alquanto superficiale, evidentemente gli piacque, perché mi pregò subito di curare un'antologia di poeti dialettali che sarebbe stata, e fu, pubblicata a spese della sua Fondazione.
In questa antologia Gavino Pes ha, come merita, un posto di privilegio, ma non il riguardo e l'attenzione che giustamente gli sono dovuti.
Attenzione e riguardo che si prefigge la presente pubblicazione come scopo che, spostato in sede filologica, non può prescindere da due esigenze fondamentali: fornire per la prima volta un testo quanto più completo possibile ed emendato di tutta la produzione poetica; illustrarlo con tutte le annotazioni critiche e storiche possibili, dando in pari tempo un ordine di sviluppo alla produzione e riscattandola dal disordine ortografico della tradizione, nella maggior parte dei casi malamente manoscritta.
In altri termini tutto questo vuol dire che finalmente il poeta gallurese, in un tempo in cui la sociologia e l'antropologia culturale si adoperano per il riscatto delle lingue e delle produzioni letterarie emarginate, può essere degnamente sottoposto al bisturi della filologia con iniziale maiuscola e riscattato dalla benemerita, ma un po' deformante, mitizzazione popolare, perché possa entrare finalmente in un orizzonte più vasto, e ed essere presentato all'attenzione degli studiosi oltre che alla riattenzione del pubblico gallurese che mi pare ne abbia un'idea un po' vaga, per sentito dire, e non ne conosca neanche tutta la produzione.
Di qui anche la necessità della traduzione italiana. Posto di fronte a questo problema, mi sono trovato nella difficoltà più seria. Non potevo fare una traduzione poetica senza falsare il testo originale. La traduzione in prosa non rendeva la sintassi melodica e banalizzava il tessuto ritmico ottenuto con tanta genialità e sapienza stilistica: il problema di ogni traduzione che, in fondo, è anch'essa forma d'arte. E allora ho risolto come ho potuto, sacrificando le esigenze estetiche per salvare la fedeltà.
Di questo mio torto mi scuso con i lettori, specialmente con quelli che non possono gustare il dettato originale. I quali ultimi non possono rendersi conto dell'adattamento felice che Gavino Pes ha effettuato della metrica arcadica nazionale italiana al suo dialetto, che per merito suo ha trovato la prima nobilizzazione espressiva.
Sono gli schemi della lirica melica, magnificamente contrappuntati e fissati come modelli fortunati dal Chiabrera, che hanno melodizzato tutto il repertorio arcadico, repertorio che ha, in modo determinante, accarezzato evidentemente l'orecchio del poeta. Letterato fine e sensibilissimo, egli ha preso come modelli gli autori nazionali di canzonette amorose, dove le parole perdono il loro significato logico per risolversi in puro suono, per disciogliersi in musica. Le strofe, rapide e volubilissime, vi si atteggiano in un ritmo di danza. E i modi musicali galluresi per chitarra le hanno infatti sapute adattare alla loro esigenza melodica, ottenendo come effetto una patina di facile e piacevole popolarità che però copre un'orditura di sottofondo letterario, esile e ripetuta all'infinito sino alla monotonia. Armonizzazione esclusivamente di superficie, che si risolve tutta nell'uso sapiente della dieresi, delle pause, delle riprese (la turrata), di una poesia per la quale pare assurdo pretendere una qualsiasi intensità sentimentale. Per questo io oso affermare che il nostro canzoniere d'amore è più opera di svago che di ispirazione vera, in altri termini più da poeta che da amante. Non è certo molto profonda la passione che possiamo descrivere a nostro bell'agio e sulla quale possiamo permetterci il lusso anche di ironizzare. E questo mi pare proprio il caso della massima parte della poesia di questo volume, che tuttavia può avere, a mio giudizio, anche il pregio notevole di ricordare a ciascun lettore tutte le sfumature delle proprie amorose... passioni. E non è poco. A parte il fatto che questa poesia ha fatto entrare per la prima volta il dialetto gallurese nella competizione della letteratura in lingua sarda.
Né si deve credere che essa, tutta aristocratica, rispecchi la realtà sociale dell'epoca in cui è stata composta. Epoca di gravi conflitti alimentati marginalmente in Sardegna dai barlumi dell'Illuminismo nascente. Gavino Pes visse nei decenni successivi al passaggio dalla dominazione spagnola a quella sabauda. Nulla che riguardi questo momento importante è registrabile nella sua poesia, tutta ricavata evidentemente da un otium che scarta però anche le occasioni di fare poesia, spesso improvvisata, che il popolo utilizzava: feste paesane e campestri, graminatogghj, cerimonie nuziali e di battesimo, serenate, indovinelli, cantilene... Nulla che riguardi un feudalesimo in ritardo al tramonto. Solo registrabile, come un'eco di consuetudine di sottomissione dovuta al privilegio della nobiltà, tutta una terminologia psicologicamente simboleggiata: tirannia, schiavitù, catene, servitù, servizio, omaggio, zelo deferente, rigore di padronanza. Che è come dire trasporre in linguaggio poetico una gradazione di ceti considerata come naturale, istintiva come le vittorie, le sottomissioni o le delusioni d'amore. Insomma, il minuetto galante che l'epoca seguente accetterà come melodia e rifiuterà come tematica fatua, nel clima di rinnovamento col quale si chiuderà la letteratura italiana del Settecento.
La poesia di questo canzoniere, dunque, non deve essere assolutamente confusa con la poesia veramente popolare in dialetto gallurese, che ha origini e tradizioni diverse. È semplicemente poesia dialettale come quella del Meli in Sicilia. La vera poesia popolare è più rozza in tutte le sue espressioni, meno ritoccata, più genuina e spontanea, più legata alla vita del proprio tempo, vera espressione di folklore, svincolata da ogni ambizione di forzatura di vocaboli per esprimere concetti elevati, di italianizzazione di sintassi, di ritmi, di contenuti, di modi di dire raffinati. Una documentazione di questa poesia di genere diverso io ho dato nella prima parte del mio già citato volume di recente pubblicazione, edito dalla Fondazione Sechi di Tempio, Poesia dialettale in Gallura.
L'autentica poesia popolare gallurese tratta, come ho detto, generi molto lontani dal compiacimento letterario: mutti, ninne-nanne, indovinelli, canti di vendemmia, di graminatogghju e di strau, serenate, contrasti di semplici riunioni conviviali di stazzi e paesane: poesia che ha allietato le poche occasioni di intrattenimento che poteva offrire un'epoca offuscata da tanti pregiudizi e superstizioni e priva di vie di comunicazione, di luce elettrica, di radio, di televisione, di giornali e, in generale, per così dire, di alfabetismo.
Il discorso, a questo punto, può diventare interessante, ma non è questa la sede per ampliarlo. Io mi limito ad accennarlo con qualche esempio. La serenata gallurese è una derivazione della serenata spagnola. Dallo spagnolo despertar (svegliare) è diventata disispirata. Con qualche variante si chiama anche cantu di ghjanna. Il canto di graminatogghju, legato al cerimoniale primaverile della carminatura della lana, soprattutto nello stazzo, il tipico e unico insediamento rurale della Gallura di origine corsa, è una specie di necessità diplomatica, un sondaggio, per le richieste di matrimonio difficili, che poi trovano lo sbocco conclusivo nella pricunta (la richiesta ufficiale della mano di una ragazza). Ai canti della vendemmia è legata la tradizione originalissima della stirruta o starruta (proposta del tema) e della carragghjata (svolgimento arguto ed epigrammatico del tema stesso). La stirruta, con un grido selvaggio e acutissimo iniziale, introduce una profferta semplice e ingenua d'amore e aspetta come un'eco la ritroga, ma anche un'allusione oscena. Il lamento funebre diventa, come del resto in tutte le parti della Sardegna, l'attittu o lu curruttu.
È un linguaggio poetico colorito quanto si vuole, ma estremamente primitivo ed artigianale.
Con Gavino Pes siamo in una fase di progresso o di sviluppo a cui forse questo stesso poeta ha dato l'avvio. Si tratta di una vera e propria scuola che può essere chiamata l'Arcadia Gallurese, i cui poeti non si sentono attratti verso nessuno dei generi della poesia di cui sopra. Rappresentano quindi una svolta di superamento ma anche di tradimento di essa, che però, con la loro influenza, ingentiliscono con un processo di elevazione che si fa determinante e culminante nella differenziazione della cultura e della civiltà gallurese da quella delle altre sottoregioni sarde e delle altre aree linguistiche, processo di incivilimento che incide in ultima analisi su tutto il costume e il carattere, anche oggi considerati diversi.
Essi tendono a rappresentare non più un paese che è il centro di attrazione di una costellazione di stazzi sparsi, di un piccolo ambiente cioè ad economia pastorale ed agricola completamente indipendente, ma il mondo di un centro abitato in evoluzione che tende ambiziosamente a diventare città e ne vorrà anche la consacrazione giuridica da un romantico principe sabaudo che lo onorerà della sua visita e concederà il titolo nei primi decenni dell'Ottocento. Ingentilimento dunque più vasto, che va oltre i limiti della poesia popolare. In realtà il feudo spagnolo di Tempio, amministrato da un podatario che opera a nome del titolare che risiede a Madrid, col cessare della dominazione spagnola diventa importante per tutta una serie di circostanze storiche fortunate: l'antica colonia romana di Gemellae, diventata nel Medioevo Villa Templi, comincia ad assorbire tutta l'importanza del vicino centro di Terranova (Olbia), la medioevale Civitas, tormentata ora dalla malaria, dalla penuria di acqua potabile, dalle incursioni dei pirati e così via. Fino a diventare sede di istituzioni importanti come il Vescovado, il Tribunale, l'Ufficio del Registro, capitale insomma della Gallura, sede di diverse famiglie nobili di cavalieri che esprimeranno anche nel 1816 un viceré, Giacomo Pes di Villamarina, col quale comincia la così detta dominazione degli uomini di Tempio a Cagliari. Di Tempio è anche, intorno a questo tempo, un famoso professore universitario di Teologia Morale, Giovanni Maria Dettori, che all'Università di Torino sarà anche maestro del Gioberti. Egli sarà in grado di sostenere una focosa polemica con i Gesuiti che lo perseguiranno fino a privarlo della cattedra.
Si ingentilisce anche l'economia. Alla pastorizia e al semplice allevamento comincia a sovrapporsi l'agricoltura. Come a Sassari e ad Alghero la coltivazione dell'ulivo, gli Spagnoli in Gallura hanno insegnato quella della vite e fatto capire il valore commerciale del sughero che si produce abbondante e di buona qualità nei fittissimi boschi. Gli Spagnoli hanno anche arricchito il dialetto di origine toscano-corsa di molti vocaboli nuovi. Si può isolare molta terminologia spagnoleggiante anche in Gavino Pes. L'economia si evolve con un principio un po' vago ma benefico di attività commerciale che sembra portare anche un incremento all'edilizia. Il primato dei nobili vuole la sua appariscente significazione in palazzetti di un certo tono aristocratico, ornati di balconate in legno nelle loro facciate di granito a vista. L'antica, anzi primitiva casa tarrena, con lu fuchili al centro dell'unico ambiente e il tetto di graticci di canne, diventa così palazzo civile.
A Tempio, fin dal 1665, esiste una delle pochissime scuole superiori dell'Isola dove si insegna ad una quindicina di allievi il latino e la filosofia, la musica e la teologia. Ha quindi un diritto di riguardo anche per questo. La popolazione in uno degli ultimi censimenti del '700 è registrata in 4.500 anime, e per la Sardegna del tempo non è poco. Siamo in atmosfera diversa da quella di altre zone, specialmente dell'interno. Le signore di alto rango vestono alla maniera continentale, imitando quelle di Sassari e di Cagliari. Anche le fogge del vestiario popolano scompaiono prima che altrove. Ecco perché anche la poesia diventa più fine e acquista ambizioni letterarie. Perché deve rispondere a un pubblico più esigente che per riflesso indiretto mitiga anche la rozzezza del ceto più prettamente popolare. Ecco come va inquadrata storicamente l'opera di Gavino Pes, l'unico poeta veramente geniale della Gallura. Egli può anche frequentare l'ambiente culturale di Cagliari, che offre anche rappresentazioni di melodrammi di Metastasio. Qui può continuare l'abitudine di frequentare una biblioteca alla quale è stato iniziato dai padri scolopi continentali che a Tempio, ai primi dell'Ottocento, doteranno il loro istituto di un libro appartenuto a Ugo Foscolo e da lui firmato da Firenze con la data del 1812, libro che oggi è uno dei rari cimeli della Biblioteca Comunale tempiese.
I dati biografici di Don Baignu rintracciabili attualmente a Tempio, sua città natale, sono pochi e non tutti sicuri.
La tradizione orale tramanda qualche notizia incerta ed evidentemente deformata dalla mitizzazione. L'Angius, nel dizionario del Casalis, alla voce Tempio, cita la casa natale del poeta come esempio di edificio notevole. Da testimonianze diverse di persone anziane sono riuscito ad individuare questa casa, un palazzo a tre piani di notevole ampiezza che, almeno nell'aspetto severo della facciata di granito a vista, conserva ancora la nobile fisionomia delle dimore dei cavalieri del tempo del poeta. Ha infatti la facciata posteriore prospiciente sulla via chiamata nel Settecento « dei Nobili », oggi via Mannu. Una nicchietta circolare vuota sul portale d'ingresso ad arco, che dà però sull'attuale via Monsignor Capece, al n. 2, fa pensare che vi fosse un tempo un'insegna nobiliare o forse un'immagine sacra.
Ho trovato anche, documentate, alcune altre notizie che sono attingibili nell'atto di morte che si può ancora leggere in un antico registro della Curia Vescovile di Tempio: « Anno Domini Millesimo Septingentesimo Nonagesimo Quinto, die 24 octobri - Templi - Nobilis et rev.dus Do.nus Gavinus Pes oppidi huius filius D.ni Antonii, annorum septuaginta et unius domi suae et in Com.ne S.M.E. animam Deo reddidit confessus Canonico Josefho Podda et SS Viatico refectus. Sacra olei Unctione roboratus per Beneficiatum Leonardum Oggiano, testamentum fecit coram Notario Gregorio Cossu Mariotu, cuius corpus sepultum est in Ecclesia Fratrum Obs.tium. De quo beneficiatus Franciscus Sagrato ».
Fu sepolto dunque nella chiesa di San Francesco, che esiste ancora, restaurata e restituita al culto dopo essere stata per molti anni magazzino militare di proprietà dello Stato. Questa vicenda ha annullato ogni traccia di questa sepoltura avvenuta evidentemente in una losa di famiglia, secondo l'uso nobiliare del tempo o dovuta al fatto che Don Gavino era sacerdote.
L'atto di morte ci dà anche il nome del padre, Antonio Pes, che il Tola dice avvocato di qualche grido. Nel Dizionario del Tola (pag. 48) è riportata una biografia abbastanza ampia, che credo sia stata utilizzata in seguito da quanti si sono occupati del nostro poeta. In questa biografia i genitori, il padre Antonio e Maddalena Sanna, sono presentati come persone nobili e virtuose, che oltre al celebre Gavino ebbero altri sette figli. Il padre voleva che egli seguisse studi di diritto, gli stessi che lui aveva seguito, ma Gavino, che da ragazzo era stato educato da un precettore canonico, Diego Ferrau, e poi aveva seguito il corso di studi delle Scuole Pie presso il convento del Carmine, studiando il latino e la filosofia, forse invogliato dai padri suoi maestri, seguì per un certo tempo studi di teologia nei quali fece qualche progresso. Gli stessi padri forse lo spinsero ad abbracciare la via del sacerdozio, contro la volontà paterna. Divenne quindi abate col reddito di un beneficio semplice.
Ottenne poi una considerevole pensione ecclesiastica su un canonicato della Cattedrale di Cagliari, al quale aveva rinunciato D. Antonio Pes, suo zio paterno. Ricco di beni di fortuna ereditati dalla famiglia, visse agiatamente in quella atmosfera di privilegio che gli veniva dal casato e dall'appartenenza al ceto degli ecclesiastici, che il nuovo governo dei Savoia, continuando la politica spagnola, proteggeva per consolidare in Sardegna il proprio dominio. Gavino Pes era nato infatti il 31 luglio 1724, qualche anno dopo la cessione dell'Isola da parte degli Asburgo in cambio della Sicilia.
Non fu ambizioso, per quanto amici e conoscenti lo considerassero degno di una carriera, anche culturale, più brillante. Visse tranquillamente a Tempio e, ad intervalli, a Cagliari, per i doveri del canonicato di cui, come si è detto, era beneficiario in quella città.
Studiò con predilezione i poeti latini e italiani, non solo negli anni giovanili, come dice il Tola, ma anche nell'età matura, quando condusse una vita propriamente sacerdotale. Nella vecchiaia, aggiunge il Tola, « si astenne costantemente dal più poetare, e mandò alle fiamme moltissimi suoi componimenti, che troppo accendevano con le dolcezze della melodia poetica l'amor profano. Dividendo il suo tempo nell'orazione e nelle opere di pietà, diventò un altro uomo assai diverso da quel di prima, e diede un esempio bellissimo di ravvedimento da quelle, ch'egli chiamava sue passate follie. Esercitò allora con più frequenza quelle virtù ch'erano proprie del suo cuore, tra le quali ottenne il primo luogo la compassione per gl'infelici, che consolò sempre con generose sovvenzioni. Nella chiesa dei PP. delle Scuole Pie [si tratta della Chiesa del Carmine, che non esiste più. Fu infatti demolita intorno all'anno 1930 e sulla sua area fu edificato il Teatro del Carmine] abbellì e decorò con particolari legati la cappella dedicata al nome di Maria erettavi dai suoi maggiori, e fece molte altre opere generose, che confermano la saldezza dei suoi sentimenti religiosi... Oppresso da febbre micidiale cessò di vivere nella sua patria ».
Non esistono suoi manoscritti. Non ha certamente curato una raccolta completa della sua produzione poetica. Qualche suo componimento fu stampato a Cagliari, come la canzone in lode di Monsignor Aymerich, novello vescovo di Alès, canzone che non è più possibile rintracciare. Nel 1833 furono pubblicati a Cagliari Il Pentimento e Il Tempo, in una raccolta intitolata Canti popolari. Una traduzione italiana del Tempo fu fatta da Michele Pes e pubblicata in una rivista cagliaritana, « La Meteora » (anno 2, n. 6). Il Pentimento, col titolo Il Disinganno, nella traduzione di Antonio Federici, fu pubblicato nell'« Ebe Sassarese » del 1843.
Nella conclusione della sua biografia il Tola dice che le sue poesie, tutte inedite ad eccezione del Tempo e della Vecchiaia, meriterebbero di essere raccolte in un volume, ma con quella « parsimonia, e con quel giusto criterio, il quale non ingozza tutto alla rinfusa, e sa vagliare il grano dalla mondiglia... La quale fatica, se portata con onore e con pazienza, molto splendore accrescerebbe alle glorie virginali delle non inculte muse sarde ».
Questo volume risponde come sa e come può, dopo più di un secolo, all'appello di Pasquale Tola.
Nel comune amore per la nostra città e la nostra terra natale, dedico questo lavoro, frutto di una lunga e difficile ricerca, all'amico Manlio Brigaglia che all'insegna della sua sensibilità di storico e di studioso mi ha dato la possibilità di presentarlo all'affettuosa attenzione delle popolazioni della Gallura.
Note
1. La maggior parte delle « canzoni » sono state da me trascritte dal codice della Biblioteca Comunale di Tempio. Si tratta di una raccolta di oltre ottocento componimenti di autori vari (moltissimi anonimi), compilata senza nessun criterio e con molta incertezza ortografica. Sembrerebbe che il trascrittore sia un sacerdote della seconda metà dell'Ottocento. Il codice è acefalo. Ho poi consultato la raccolta dattiloscritta della Biblioteca dell'Istituto Tecnico « G. Pes » di Tempio e la bellissima raccolta privata del sig. Leonida Sechi, sempre di Tempio. Qualche componimento ho tratto dalla raccolta di poesie galluresi stampata a Sassari dalla tipografia Dessì nel 1859, che, anche per certe notazioni che riporta uguali, sembrerebbe attinta al codice della Biblioteca Comunale, che fu acquistato verso il 1960 da un privato per interessamento dell'allora preside del Liceo Classico Bernardo Sansan.
2. Cfr. G. Siotto Pintor, Storia letteraria di Sardegna, Cagliari, Timon, 1844, vol. IV, pagg. 788 e segg.
in casa sóia senza cuidatu.
chist’è un dittu chi dugnunu sa;
ca no l’aisi d’aélla procura,
pal cunsalvalla ci manda cant’à
pal passà una ‘ita senza peni
e vii in lu mundu sussigatu.
in casa sóia senza cuidatu.
Cal’ha muddéri bedda silla passa
allegramenti e cun dugna cuntentu
in casa sóia si ridi e si spassa
cun dugna solti di diiltimentu;
basta chi sia astutu,aé trassa
in poc’anni si ridi di lu ‘entu,
da tutti a pinsamentu silut’è attindutu,
ben vistu e adoratu.